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Forum Grilli Tiberini
 
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Nuova Discussione 21/12/2008 12.29
L'utente è offline Stefano Thiella
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Manuale per diventare Nobel in Economia 
Modificato da Stefano Thiella  on 21/12/2008 14.50.45)

Sono un ex direttore di Produzione con una quarantennale esperienza nelle più prestigiose Aziende del settore abbigliamento italiane.

Oggi si parla tanto della cosiddetta Economia Reale come per porre le distanze dalla famigerata Economia Finanziaria, quasi fosse la riscoperta di un qualcosa di dimenticato nella notte dei tempi, obsoleta, un cimelio da riesumare, anche se questa dimenticanza ha inizio negli anni 80 del secolo scorso...


Considerazioni sull’ECONOMIA REALE

o economia della PRODUZIONE DI MANUFATTI

La sua riscoperta è di questi giorni ed è imposta dal fatto che in Economia i buoi sono scappati dalla stalla ed è necessario un esame di coscienza collettivo.

Economia Reale vuol dire, in poche parole, una economia che deriva dalla produzione di manufatti, tangibili e commerciabili a qualunque settore merceologico appartengano.

Quello che nelle Aziende è l’area Produzione.

I Direttori di Produzione sono (mi vien da dire ”erano” perché la categoria si è dapprima rarefatta, poi trasformata, infine cooptata con lusinghe dalla sicumera degli opportunisti convertiti all’Economia Finanziaria) quei Tecnici con solide basi nell’Organizzazione della Produzione, ovvero quella che si occupa di:

A) Industrializzazione del Prodotto

B) Studio dei metodi e dei tempi di produzione

C) Incentivazione e gestione delle risorse umane

D) Gestione degli impianti e dei macchinari di produzione

Ciò vuol dire che in una piccola o media Azienda di produzione a questa figura di manager fa capo normalmente dall’80 al 90 per cento del personale dipendente e cioè l’Area Produzione.

E’ la figura con affidato il compito, che non ha mai fine, di ridurre i tempi di lavorazione, ridurre i consumi di materie prime evitando sprechi, valutare l’introduzione di macchinari più performanti e sicuri, ed ottenere, diciamolo pure con orgoglio, rendimenti ottimali dal personale addetto alla produzione, e questo nel rispetto degli standard di qualità che ogni prodotto deve avere.

Scopo finale evidente è stare nel mercato e battere la concorrenza.

Ogni sera era grande soddisfazione per noi quando, passando in rivista gli stand con giacche, cappotti e pantaloni che affluivano in magazzino si verificava il raggiungimento degli obiettivi previsti.

Ma un’altra sensazione prepotente emergeva da questo; e cioè che le materie prime impiegate (tessuti fino a ieri) unite al lavoro delle maestranze e trasformate in prodotto finale, acquistavano un evidente e tangibile maggior valore e che di questo beneficiavano tutti, l’Azienda e l’operaio ma anche il PIL dell’Economia Nazionale.

E’ così semplice l’Economia, pensavo!

La si può paragonare a una ruota con quattro raggi che gira.

Raggio n. 1 quello dell’occupazione

Raggio n. 2 dall’occupazione nasce il reddito di chi lavora

Raggio n. 3 dal reddito di chi lavora nasce il consumo

Raggio n. 4 il consumo provoca nuovo stimolo alla produzione

E la ruota gira, gira, gira e ad ogni giro la fetta di reddito prodotto si appiccica alla ruota che così cresce e si ingrossa fino a diventare a volte una valanga.

Che cos’è stato il Miracolo Economico anni 60 e 70, se non questo?

Si sapeva, era di dominio pubblico e lo dicevano tutti: Occupazione=Reddito=Consumi=Produzione Un’equazione perfetta, insostituibile e inimmaginabile diversamente!

Potrebbe mai girare la ruota con un raggio in meno, dal momento che uno sostiene l’altro? essere zoppa? No! Ne cavi uno e sfasci tutto.
Questo pensavo io e tutti quelli come me a diretto contatto con la Produzione che è il motore dell’economia. Un sistema diverso è inimmaginabile.

Così congegnata, l’Economia del mondo occidentale era un bozzolo perfetto, ricco, sempre più autosufficiente nel quale rinchiudersi e godersi benessere e ricchezza.

E invece, in nome di un’economia di mercato che sa autoregolarsi, sono comparsi nuovi orizzonti.

Sarà stato anche il crollo del muro di Berlino che ha spalancato un vuoto immane, sarà stato che anche i sindacati se la sono andata a cercare con il “vogliamo tutto e subito”, ciechi come talpe dinanzi alle tentazioni aziendali del decentramento che cominciavano ad emergere e che via via avrebbero ingrossato un fiume.

DECENTRAMENTO PRODUTTIVO?

Mi chiedevo preoccupato; ma la ruota a 4 raggi come potrebbe sostenersi senza il Raggio Produzione ? Proviamo a ragionarci sopra...

Se a livello nazionale rallenti (non dico togli del tutto) la produzione per decentrare all’estero, diminuisci sicuramente le capacità di reddito del cittadino italiano, che sarà costretto a consumare meno, che metterà in crisi la produzione, che diminuirà l’occupazione.

Così la ruota a 3 raggi più uno rotto, mentre prima si ingrossava a valanga, ora ad ogni giro è più asfittica, zoppa.

Intanto gli economisti erano sempre a sproloquiare che il mercato si autoregola. Hanno ragione! Infatti il mercato si è autoregolato, ma essendo cieco e non guardando in faccia nessuno, in breve tempo ha pareggiato i conti con un gigantesco trasferimento di ricchezze nei paesi in cui era decentrato il lavoro e nelle tasche delle multinazionali che ivi operavano.

Solita storia squallida di miopia ed incompetenza politica unita a banditesche connivenze di economisti ed irrisione di chiunque osasse obiettare qualcosa.

Il nostro attuale impoverimento deriva da qui.

Incredibile ma vera la latitanza di tutti i governi del mondo occidentale sul problema.

Si parla di processo irreversibile, di fatalità, che se qualche ferita c’è stata si rimarginerà e che si creeranno grandi opportunità. Mi si vuol spiegare che razza di opportunità avranno gli operai di Torino se la FIAT decentra in Polonia? L’opportunità della famiglia Agnelli ovviamente la capisco senza che me la si spieghi. Perché si sbandierano ai 4 venti opportunità che riguardano singoli imprenditori tacendo sul fatto che imprenditori e forza lavoro sono cose separate e quindi non coincidenti?

L’Italia è fatta di gente che vuole un posto di lavoro per campare e non di pseudo imprenditori caccia balle che per andare all’estero sarebbero pronti a chiedere sovvenzioni anche dallo stato in nome di quella creazione di opportunità che avvantaggia solo loro.

Al punto in cui siamo la ruota zoppa come potrà mai risanare il raggio Produzione, se non con il processo inverso al decentramento?

Il rebus è irrisolvibile! Lascia sbigottiti.

Chiunque abbia provato ad esternare in Azienda (con le dovute cautele) una qualche perplessità, ha corso il rischio di apparire fuori dei tempi di voler saperne più degli economisti senza capire “le alte strategie aziendali” col rischio di venire emarginato.

Anzi, mi son sentito dire “sarebbe ora che anche Lei andasse ad insegnare a fare mutande e reggipetti in Bangladesh! Non vede che i costi aziendali lievitano sempre più?” (al tempo lavoravo per il Gruppo La Perla).

In Azienda infatti la produzione è il parafulmine di tutto! Non si vende? “E’ perché produce a costi troppo elevati!”. Si ventilano aziende che producono il doppio della tua, e ti senti una nullità.

Naturalmente non è vero, sarebbe fantascienza! Gli operai non vogliono produrre il doppio? I sindacati rompono le scatole? Soluzione: “Via operai e sindacati! Liberiamoci una volta per tutte della zavorra! Chi ha detto che per produrre servono gli operai? Sono un peso e basta. Le Aziende sono un’idea, un lampo di creatività, una scrivania, 4 sedie e 2000 Schiavi in India!” E’ così che ti rispondono... “L’hanno detto gli economisti che il mercato si autoregola, e tu che hai vissuto nei processi produttivi vuoi saperne più di loro? Ma chi sei?”

Così, incredulo e sbalordito, come Galileo, devi ritirarti in buon ordine e vai in pensione ma hai dentro di te il tuo “Eppur si muove!”.

Sono altre le menti che pensano al futuro di tutti noi, purtroppo!

E siamo ora ai giorni nostri. Ti rendi conto che i governi del mondo hanno latitato al 100% stando solo a guardare.

Questa ciclopica rivoluzione industriale, anziché essere regolamentata e dosata nel tempo e nello spazio per non creare contraccolpi e diciamo anche in obbedienza ad un sacro spirito di solidarietà verso i fratelli cinesi e indiani che devono aspirare al benessere anche loro, è stata invece abbandonata a se stessa creando più problemi di ritorno di quelli che avrebbe dovuto risolvere.

Se proprio vogliamo consolarci mettiamola così! Ci siamo dati la zappa sui piedi? Proviamo a dire di no: ci siamo un po’ sacrificati aiutando come è giusto i fratelli asiatici donando loro gratis KNOW HOW e posti di lavoro a bizzeffe con una globalizzazione al fulmicotone che se fosse stata organizzata dal Vaticano non avrebbe avuto alcuna speranza di riuscita.

Stranamente quelli che più hanno contribuito alla riuscita di questa “beneficenza” sono gli Americani che qualcuno si ostina a chiamare “cattivi” mentre, "poverini", sono proprio loro quelli che si sono sacrificati di più togliendosi il pane dalla bocca, o quasi.

Hanno regalato il 70% della loro economia ai fratelli cinesi dichiarando di poter vivere solo producendo aerei ed armi (non si sa mai) canzonette e film. Tutto il resto è vanità.

Ora però son lì che se la fanno addosso perché la loro generosa deindustrializzazione ha superato il punto di non ritorno ed è evidente da un fatto sintomatico: l’elezione di Obama pur riassumendo in sé tante speranze di cambiamento non è servita per niente a rinvigorire le borse mondiali. E’ passata come acqua fresca, segno che non sanno più che pesci pigliare. Stai fresco se pensi che che le aziende delocalizzate in Asia fanno dietro front e rientrano! Quanto ci vorrà? Qualche generazione?

Nel frattempo il genius loci americano pensa ancora che ci si possa arricchire infinocchiandosi a vicenda con le bolle di sapone, ma mi raccomando, senza lavorare (produrre). E anche qui governi ed economisti silenzio completo!

Il presidente Obama ha tutta l’aria di aver vinto le elezioni un po’ troppo facilmente per la mancanza di una adeguata concorrenza opportunamente defilatasi alla prospettiva di prendersi in mano la carriola scassata dell’economia.

Se andrà male, gli opportunisti dell’ultimo minuti urleranno ”dagli al negro!”... eh già! E’ tutto pronto! ma speriamo non sia così.

Alla fine però cercare un colpevole per questo stravolgimento mondiale di valori è cosa vana.

E’ anche un po’ colpa nostra: è colpa della idea diffusa e decadente, collettiva, che ci si possa arricchire senza lavorare.

Non l’hanno forse detto gli americani che il loro stile di vita non si discute? Vuol dire che a lavorare devono essere gli altri e loro vivere di rendita. O no?

Qualunque governo americano avesse osato mettere in guardia da questa assurda chimera con o senza l’assennato supporto degli economisti avrebbe avuto vita breve o comunque difficile. Lo so, col senno di poi è facile fare prediche. Adesso anche Tremonti, a sentirlo, ha individuato nella globalizzazione la causa di tutti i mali. Ma fino a ieri taceva (anche quando chi protestava contro la globalizzazione veniva preso a manganellate).

Tornando a noi direttori di produzione, con l’occhio sempre attento al come fare per ottenere un buon lavoro fatto dai dipendenti, abbiamo potuto vivere di persona punti di vista privilegiati sul problema della creazione del valore.

Uno dei problemi più importanti in azienda è la naturale resistenza ai cambiamenti di ogni essere umano, che però nell’ambito circoscritto di qualche centinaio di dipendenti o sia pure di qualche migliaio è facilmente plasmabile. Ma far lavorare una nazione intera che non ne ha voglia?

Noi responsabili di produzione, nelle Aziende, abbiamo sempre sostenuto (salvo rare eccezioni) che delocalizzare ci si sarebbe ritorto contro prima o poi.

E’ semplice, no? Se io in Italia produco vestiti, auto, o qualunque manufatto che abbia valore commerciabile posso al momento opportuno scambiare detto valore con il petrolio o altro.

Ma se io non produco in Italia, anzi devo pagare i cinesi che lavorano per me si crea un’emorragia di capitali che non finisce più. E il petrolio agli arabi come lo pago? Non certo con le chiacchiere, ma con un progressivo impoverimento di nostre risorse pregresse e superstiti.

I nodi vengono sempre al pettine. Forse bisognerà che ognuno di noi sia economista di se stesso e che si insegni fin dalla prima elementare come funziona l’economia, e cioè la ruotina a 4 raggi di cui si è detto.

Non serve altro per avere il NOBEL in economia.

Piergiorgio Thiella

 
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